Valori umani e sociali per la transizione circolare: dal comportamento strategico all’etica ecologica
di Mauro Vaia

In un quadro antropico, sociale ed economico in rapido cambiamento l’economia circolare irrompe nel panorama delle possibilità di sviluppo territoriale come un concetto sfidante. Tale sfida, a livello cognitivo consiste nell’individuare i livelli di comprensione con i quali siamo chiamati a confrontarci, a livello psicologico nel cambiare mindset e comportamenti; a livello etico nel cambiare orientamento nei comportamenti.

Le note che seguono provano a fornire un contributo alla riflessione su alcuni aspetti che possono apparire secondari ma che sono, alla fine, fondamentali e talvolta dirimenti nel riuscire a implementare processi (e istituzioni, strutture, distretti…) di economia circolare.

Verso sistemi multi-agente
L’azienda guarda oggi all’economia circolare con sentimenti opposti: pur intuendone ormai le potenzialità, si chiede se si tratti di un’evoluzione necessaria oppure se sarà un fuoco di paglia come altri si sono succeduti nel passato. Si interroga sul reale potenziale di questa prospettiva di business; si chiede inoltre se può fare economia circolare da sola, con le sue sole forze. 
Quest’ultima questione è particolarmente rilevante ed estende la prospettiva oltre gli stretti confini della singola impresa e interessa una più ampia cornice di interlocutori. Walter R. Stahel individua tre soggetti principali direttamente coinvolti – e interessati – alla “transizione circolare”: cittadini (abitudini di consumo), politici (definizione delle strutture e delle condizioni abilitanti) e imprese (produzione e servizi). Sostiene: “una società circolare mira a mantenere il valore e l’utilità – la qualità e la quantità – di tutti gli stock di capitali e beni, di tipo naturale, umano, manifatturiero o finanziario. [..] L’obiettivo è aumentare la “ricchezza delle nazioni”, ma le società hanno bisogno di nuovi strumenti per misurare i cambiamenti avvenuti in questa ricchezza”. Stahel pone in evidenza il problema del comprendere come misurare ricchezza e sviluppo secondo criteri adatti, che richiedono un’azione preventiva di “decoupling” e, sul piano operativo, indica come per raggiungere questi risultati sia necessario agire sul consumo (coinvolgendo i cittadini), sull’implementazione di condizioni abilitanti (chiamando in causa le Istituzioni territoriali) e sulla produzione (mirando a coinvolgere le aziende). Tutte azioni che richiedono il disaccoppiamento dagli usuali indicatori di sviluppo e la ricerca di criteri di valutazione più idonei e che, in definitiva, comportano la ristrutturazione del mindset e il “refraiming” dei modelli di azione come criteri-guida.
Se, dunque, seguendo l’approccio sistemico, è più opportuno pensare l’economia circolare in termini di “attivazione di rete”, di costituzione di distretti piuttosto che di approccio individuale (singola azienda), e se la prospettiva cui fare riferimento diviene in tal modo l’istituzione di “sistemi multi-agente” (trovo sia opportuno superare il consueto concetto di stakeholder e di multi-stakeholder, entrambi strettamente legati all’idea di utilità e interesse), di economia circolare, a chi è demandata la responsabilità di immettere risorse, tecnologia, conoscenza, energie, tempo? E chi, a fronte di questo sforzo, beneficerà dei risultati?

C’è una via d’uscita dal comportamento strategico?
Come si può ben vedere, a fronte di confini e prospettive incerti, si tratta, almeno in parte, e agli occhi di qualcuno, di una mossa al buio, ed è difficile comprendere chi si prenderà la responsabilità di fare il primo passo. Stando alla teoria dei giochi, la strategia dominante (si dice che un attore ha assunto una strategia dominante se la medesima strategia è più vantaggiosa di qualunque altra, a prescindere dalla strategia o dalla combinazione di strategie assunta dall’avversario o dagli avversari) consiste nel non fare nulla, per quanto nessuno tragga, da questa situazione di stallo, alcun beneficio.
“Quando tutti i giocatori ricorrono alla strategia dominante, essi si comportano in modo meno vantaggioso di quanto avrebbero fatto se in qualche modo fossero riusciti a trovare un accordo condiviso e credibile secondo il quale ognuno avrebbe scelto l’altra strategia, quella dominata” [A. K. Dixit, B. J. Nalebuff, 2013]. Tutti i soggetti potenzialmente interessati non intraprendono alcuna azione concreta verso la prospettiva dell’economia circolare e nessuno ne ottiene un beneficio. Non sembra esserci altra soluzione. Sul piano empirico stiamo sperimentando questa situazione nella misura in cui, a fronte di innumerevoli evidenze a favore dei potenziali benefici – sia individuali che collettivi- derivabili dall’economia circolare, ancor oggi vediamo così tante resistenze a muovere i primi passi concreti in questa direzione da parte di tutti gli attori virtualmente interessati.
Il comportamento strategico si situa istintivamente alle fondamenta del fare impresa, là dove le parole chiave sono concorrenza, profitto, crescita, ritorno di investimento, leadership di settore; tuttavia, ha direttamente a che fare anche con i comportamenti di consumo dei cittadini così come delle decisioni politiche e sociali, dove al bene comune viene di volta in volta sostituita l’utilità individuale come se fosse un’alternativa. Come sostiene Stahel, la possibilità stessa di sviluppare un sistema che mantenga le qualità degli stock nel tempo si basa innanzitutto su valore e fiducia, mentre il comportamento strategico presuppone implicitamente mancanza di fiducia in ingresso e conduce inesorabilmente a perdita di valore in uscita.
Se dunque il limite invalicabile che approssima il comportamento strategico risiede nell’adozione incondizionata della strategia dominante da parte di tutti gli attori coinvolti, lo spartiacque nelle frontiere per la comprensione dello sviluppo attiene a un cambio di paradigma nelle condotte e nei principi che lo reggono: interesse individuale, profitto e marginalità da un lato; fiducia, valore e bene comune dall’altro.

Il comportamento etico non è anti-strategico, è strategico a livello sistemico
Stante quanto detto sin qui, esiste una reale alternativa al pensiero strategico? Molti ritengono che ogni altra opzione non sia realistica. Ideale senz’altro, desiderabile quanto si vuole, ma non realistica. Possiamo allora domandarci a quali condizioni la “transizione circolare” possa essere adottata dagli attori (cittadini, Istituzioni politiche, aziende) nelle aree di pertinenza (modalità e scelte di consumo, condizioni abilitanti, produzione di beni e servizi). È possibile un’alternativa al comportamento strategico (massimizzazione dell’utilità individuale contro gli altri giocatori) in una prospettiva etica? E, soprattutto, a quali condizioni uncomportamento etico che si ponga come superamento del comportamento strategico può avere qualche chance di successo?
Lo psicologo cognitivo Gerd Gigerenzer, direttore emerito del Max Plack Institute for Human Development di Berlino, pone la questione se, in generale, sia possibile che la massimizzazione possa funzionare come obiettivo normativo. Nel suo studio [G. Gigerenzer, 2010] egli precisa in modo dettagliato per quali ragioni ciò non possa accadere – “l’ottimizzazione è, di fatto, impossibile nel grande mondo” (nelle scienze cognitive si utilizza il termine “grande mondo” per intendere il contesto reale, caratterizzato da incertezza e complessità, in opposizione a “piccolo mondo” definito invece da variabili controllabili in laboratorio) -, ma è sufficiente un’occhiata alla storia recente per verificare come anche gli accordi assunti alla Cop 22 di Marrakesh, che introducevano, rispetto alla Conferenza di Parigi, il vincolo alle Nazioni sottoscriventi di fare il punto sulle proprie emissioni CO2 entro il 2018, non hanno perseguito, nonostante l’obbligatorietà, il successo sperato.
Un altro noto psicologo, Daniel Kahneman [2003], sottolinea la presenza di irresolubili discrepanze tra il comportamento (assunto sia come criterio generale, sia come paniere di comportamenti individuali) e il calcolo utilitaristico.
In opposizione al comportamento strategico, talvolta assunto in chiave etica (basato sulla massimizzazione e sul calcolo utilitaristico delle aspettative), la visione di un’etica “ecologica” assume la relazione mente/ambiente come nodo centrale e non scontato per comprendere meglio il funzionamento dei gruppi umani in condizioni di realtà (il “grande mondo”). Le note “Simon’s Scissors” [H. A. Simon, 1990] partono dal presupposto che il comportamento razionale di tutti i sistemi simbolici è modellato dalla struttura degli ambienti definiti da attività concrete e dalle capacità computazionali degli attori coinvolti. Secondo una visione ecologica del comportamento morale “gli esseri umani, visti come sistemi di comportamento, sono abbastanza semplici. L’apparente complessità del nostro comportamento nel tempo è in gran parte un riflesso della complessità dell’ambiente in cui ci troviamo” [H. A. Simon, 1996]. La domanda chiave, di conseguenza, può essere rimodellata nel seguente modo: “Come possiamo progettare gli ambienti in modo che le persone possano raggiungere più rapidamente e facilmente gli obiettivi morali?” [G. Gigerenzer, 2010]. Un problema che riguarda da vicino le aziende, infatti, ha a che fare con il fatto che esse ritengono implicitamente di essere ancora in una prospettiva opt-in, cioè pensano di poter scegliere se e quando introdurre buoni pensieri di economia circolare nel proprio business; il più delle volte, però, non si rendono conto che, senza saperlo, sono immerse in una dimensione opt-out con la quale stentano a fare i conti. Quello richiesto è un vero e proprio cambio di prospettiva, il cui focus (ma sarebbe più appropriato definirlo trigger) chiama in causa un pensiero politico, una visione di prospettiva.

I valori sociali sono una parte essenziale della ricchezza
Per approssimarsi a una visione di sviluppo circolare è perciò richiesto un cambio di livello nell’orientamento dei comportamenti. In altre parole, muoversi da condotte strategiche verso comportamenti etici nella dimensione di un sistema multi-agente consente di modellare le condizioni abilitanti in senso politico. “La civiltà è un certo modo di vivere e di creare fatti: è un determinato atteggiamento nei confronti della vita e dell’accettazione dell’incertezza. Ovviamente un mondo di incertezza comporta una responsabilità etica e questo ci consente di comprendere meglio il valore dell’incertezza e di collocare le nostre azioni e decisioni nel mondo reale e non in un mondo deterministico ideale, molto lontano dall’universo in cui viviamo [Ilya Prigogine, in O. Giarini, W. R. Stahel, 1993]. 
Per essere tale, un “sistema politico multi-agente” deve possedere alcune caratteristiche precipue:
– Possiede uno scopo e tende verso un obiettivo che viene conseguito attraverso le azioni compiute dagli agenti che partecipano al sistema.
- Prevede interazione sistematica fra gli agenti, dove l’informazione e la conoscenza sono la “materia” privilegiata di scambio.
- È configurabile e riconfigurabile secondo criteri propri, autonomi, non determinati da stimoli esterni al sistema.
- È in grado di apprendere dall’esperienza, e quindi è adattabile e in grado di modificare le proprie regole di funzionamento.
Si tratta, a ben vedere, dei tratti essenziali che strutturano i sistemi in generale [D.H. Meadows, 2019], a integrazione dei quali la conoscenza e l’apprendimento dall’esperienza delineano un “sistema intelligente” e, in definitiva, umano e sociale. “Il Sistema Politico Multi-agente diviene intelligente allorché implementa le precedenti caratteristiche in modo efficace ed efficiente, minimizzando le risorse, gli sprechi di errore, e massimizzando al contempo gli effetti delle proprie azioni” [L. Floridi, 2017].
Ciò che impedisce agli attori/agenti di partecipare a un gioco diverso da quello stabilito dai reciproci comportamenti strategici, consiste nella mancanza di consapevolezza di essere già parte di un ampio sistema “globale” che si è venuto a configurare, negli ultimi decenni, in modo radicalmente differente. La facoltà di scegliere se e come entrare nel “gioco circolare” (opt-in) si rivela un’illusione perché i fattori di riconfigurazione del sistema sono già definiti. La grande cornice dell’European Green Deal delinea già lo spazio all’interno del quale è possibile e al contempo necessario pensare il proprio “fare impresa” per il futuro, e collocare iniziative transnazionali e locali verso l’economia sostenibile e circolare, sia per mezzo di strumenti incentivanti (quadro fondi a finanziamento) sia di pressione (ad esempio iniziative quali la carbon tax e la plastic tax europee con le quali, a diverso titolo, dovremo tutti fare i conti). Analogamente lo spazio configurato dall’info-sfera della quarta rivoluzione industriale [L. Floridi, 2017] genera nuove condizioni di acquisto nei cittadini/clienti/utenti finali, che possono accedere a una dimensione sovra-informata per compiere le proprie scelte di consumo, configurando un nuovo “mercato informato e critico” con il quale, nel bene e nel male, i soggetti produttori sono costretti a fare i conti. La diminuzione, nel tempo, di disponibilità delle risorse vergini, la conseguente volatilità dei prezzi, l’esposizione a fattori di rischio nuovi (da quelli ambientali a quelli pandemici) fanno il resto.
Il campo di gioco è già formato, poco importa se sia il migliore possibile oppure se avrà bisogno di essere ulteriormente migliorato; il vero problema è che i giocatori in campo agiscono ancora un gioco diverso, basato su vecchie regole oppure, talvolta, non sanno più che gioco giocare.
Lasciati a loro stessi, i giocatori continueranno a ripetere sempre lo stesso gioco, anche quando crederanno di poterlo chiamare “innovazione”. Già nel 1972 il noto team multidisciplinare System Dynamics Group del MIT sosteneva: “Tale opera di preparazione del terreno sociale richiede quantomeno del tempo. Ogni volta che si verifica un cambiamento nel normale andamento delle cose, si rende necessario un certo tempo di assestamento, durante il quale la gente, più o meno consapevolmente, modifica la struttura del sistema sociale per adeguarla al cambiamento. Nella maggior parte dei casi tale assestamento dovrebbe essere effettuato, almeno in parte, prima dell’azione delle tecniche innovatrici, [..] ma farà appello in misura molto maggiore di quanto non accada oggi alle risorse morali dell’uomo” [1972].
In questo preciso spazio si inserisce il bisogno di mettere in campo il carnet dei valori umani e sociali. Sembra questo, a prima vista, l’aspetto meno rilevante della “rivoluzione circolare” (dove sembrano prevalere preoccupazioni di natura “tecnologica hard”) e, in condizioni ideali, in effetti l’utilizzo delle tecnologie sociali sarebbe probabilmente superfluo. Ciò ha a che fare con il rapporto tra scienze sociali (soft) e scienze naturali (hard) che rappresentano lo sfondo culturale delle nostre conoscenze, opinioni, atteggiamenti e comportamenti in rapporto alla nostra vita individuale e sociale” [O. Giarini, W. R. Stahel, 1993].
Tuttavia, poiché questo usualmente non accade, nelle ordinarie condizioni di pervasiva applicazione della “strategia dominante” i valori umani e sociali possono rivelarsi uno strumento prezioso e, talvolta, indispensabile per superare la condizione di stallo. “Il Valore è una delle strutture che connettono di cui abbiamo -e avremo- più bisogno; può essere una delle più importanti opportunità o una delle più gradi catastrofi che condizioneranno il nostro futuro. Come faremo a renderlo uno strumento indispensabile per pensare l’avvenire?”

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