Finanziare un mondo più sano
di Alice Piccolo

Negli ultimi decenni il mondo della finanza è cresciuto e si è articolato a tal punto da essere in grado di condizionare la nostra vita come privati cittadini e come organizzazioni. Come si usa dire, da grandi poteri derivano anche grandi responsabilità, e in tal senso anche il settore finanziario è stato chiamato ad esercitare l’influenza di cui è capace per facilitare e velocizzare la transizione ecologica della nostra economia e società.

Vi starete chiedendo come sia possibile stabilire un rapporto di causa ed effetto tra il lavoro di una filiale di una banca di provincia e un evento disarmante come può essere la crisi climatica… Una relazione c’è, ed è molto più semplice di quanto si pensi, poiché si dischiude nelle attività quotidiane della banca. Dalle loro origini, infatti, le banche si occupano di raccogliere i risparmi e concedere crediti. Quest’ultima attività, e più nello specifico a chi e a quali condizioni viene concesso il credito, è la chiave di volta di questo processo.

Ciò a cui si assiste sempre più di frequente è l’inclusione di criteri legati alla sostenibilità (oltre ai tradizionali criteri finanziari) nella valutazione delle condizioni per la concessione di credito ad un’azienda. In campo finanziario la sostenibilità viene vista in senso lato, e spesso definita con la sigla ESG dalle parole inglesi Environment, Social and Governance. Da ciò si intende la volontà di guardare non solo al rispetto delle normative vigenti in campo ambientale e di diritto del lavoro, ma anche di andare oltre e verificare l’impegno aziendale anche per quanto riguarda la trasparenza, la valorizzazione delle risorse umane, l’efficienza e la circolarità nei processi produttivi, la riduzione delle proprie emissioni, la collaborazione con la filiera per raggiungere degli obiettivi condivisi e molto altro.

Si tratta di un fenomeno globale, a cui però è stata data grande accelerazione dall’Unione Europea, che per mezzo del Green Deal adottato a dicembre 2019, ha indicato la finanza come uno dei principali pilastri su cui agire per limitare il riscaldamento globale e mantenerlo entro i limiti degli Accordi di Parigi del 2015. Le misure finanziarie del Green Deal rispondono al nome di Piano d’Azione per la finanza sostenibile pubblicato dalla Commissione Europea nel 2018 e che ha tre obiettivi principali:

  • favorire la canalizzazione degli investimenti finanziari verso un’economia maggiormente sostenibile;
  • considerare la sostenibilità nelle procedure per la gestione dei rischi e
  • rafforzare la trasparenza e gli investimenti di lungo periodo.

Proprio per favorire e facilitare la canalizzazione degli investimenti verso realtà più sostenibili, l’Unione Europea si è cimentata nell’impresa di classificare quali attività economiche possano essere definite “sostenibili”. Nel far ciò, vista l’urgenza data dalla crisi climatica, è partita guardando ai settori che insieme originano circa il 93% del totale delle emissioni di gas serra, e allo stesso tempo a quelli che attraverso il loro lavoro possono dare un contributo sostanziale ed immediato alla transizione ecologica. Per ognuna di queste attività sono stati definiti (e in continuo perfezionamento) dei criteri di valutazione, soglie e metriche per ognuno dei sei obiettivi ambientali:

  • mitigazione del cambiamento climatico;
  • adattamento al cambiamento climatico;
  • uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine;
  • transizione verso l’economia circolare, con riferimento anche a riduzione e riciclo dei rifiuti;
  • prevenzione e controllo dell’inquinamento;
  • protezione della biodiversità e della salute degli eco-sistemi.

Tutto ciò cosa significa nel concreto?
Nel concreto, i gestori patrimoniali e le imprese non finanziarie dei settori elencati nel documento tecnico del regolamento europeo sulla tassonomia che ricadono già sotto gli obblighi di informativa ai sensi della direttiva sull’informativa non finanziaria (NFRD), saranno tenuti ad includere nella loro rendicontazione annuale il loro grado di conformità alla tassonomia entro la fine del 2021 per i primi (gestori patrimoniali), e nel corso del 2022 per le seconde (imprese).

Come si pone Terra Institute su questi temi?
Terra institute si mantiene al passo coi tempi, e si è già confrontata in tre modi con le nuove necessità di breve e lungo termine di istituti bancari ed aziende su questi temi. Innanzitutto, ha sviluppato uno strumento per la valutazione della gestione dei rischi ESG che aiuta le banche a verificare le pratiche dei propri clienti. Inoltre, ha elaborato due modelli di consulenza pensati su misura sul singolo caso che permettono di accompagnare l’azienda nella rendicontazione secondo la tassonomia europea, e nell’analisi dei rischi climatici e ambientali che potrebbero compromettere in futuro le operazioni aziendali.

In conclusione, ci teniamo a sottolineare che i recenti sviluppi legislativi sulla finanza sostenibile, sebbene impegnativi e complessi per chi li dovrà assimilare all’interno delle proprie pratiche, indubbiamente porteranno dei risultati positivi per la salute nostra e del nostro pianeta.
Lo spirito con cui guardare a queste nuove richieste è quindi quello di andare oltre alle richieste stesse, per migliorarsi perché lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo al futuro delle nostre aziende per consentirne la sopravvivenza e la competitività, e lo dobbiamo alle future generazioni che abiteranno un mondo possibilmente più sensibile, e speriamo, più sano.

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